Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare […]. La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale. (Giuseppe Di Vittorio)
Giuseppe Di Vittorio è stato un grande protagonista del Novecento italiano. Bracciante, figlio di braccianti poverissimi, quasi analfabeta, diventa il fondatore e il primo segretario generale della CGIL, il maggiore sindacato dell’Italia
democratica.
Sindacalista rivoluzionario prima e iscritto al PCI successivamente, padre costituente, uomo di partito e allo stesso tempo sindacalista scomodo perché poco compatibile con certe rigidità ideologiche, Di Vittorio riconosce – come scrive Vittorio Foa ne Il Cavallo e la Torre – «il suo partito come un processo collettivo verso il progresso», non come struttura organizzata. La sua passione, la sua intelligenza, l’amore per le masse e per la loro «capacità creatrice» lo hanno reso un mito leggendario tra i braccianti del Sud e un sindacalista profondamente amato, come raramente accade, dai contadini, dagli operai, dagli emarginati e perfino dagli avversari.
Oggi far emergere una rinnovata partecipazione collettiva e trovare risposte e rappresentanza per riconquistare democrazia, libertà e diritti umani e sociali violati sono necessità non più prorogabili, e la storia di una figura come Giuseppe Di Vittorio ha molto ancora da suggerire al sindacato, alla politica, alla sinistra, all’Italia intera.
democratica.
Sindacalista rivoluzionario prima e iscritto al PCI successivamente, padre costituente, uomo di partito e allo stesso tempo sindacalista scomodo perché poco compatibile con certe rigidità ideologiche, Di Vittorio riconosce – come scrive Vittorio Foa ne Il Cavallo e la Torre – «il suo partito come un processo collettivo verso il progresso», non come struttura organizzata. La sua passione, la sua intelligenza, l’amore per le masse e per la loro «capacità creatrice» lo hanno reso un mito leggendario tra i braccianti del Sud e un sindacalista profondamente amato, come raramente accade, dai contadini, dagli operai, dagli emarginati e perfino dagli avversari.
Oggi far emergere una rinnovata partecipazione collettiva e trovare risposte e rappresentanza per riconquistare democrazia, libertà e diritti umani e sociali violati sono necessità non più prorogabili, e la storia di una figura come Giuseppe Di Vittorio ha molto ancora da suggerire al sindacato, alla politica, alla sinistra, all’Italia intera.

